DPCM Automotive: 1,3 miliardi per la filiera italiana. Basteranno a colmare il gap tecnologico?
- Paolo Nobili

- 2 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Benritrovati sul blog!
Nelle scorse settimane abbiamo parlato molto della necessità delle imprese italiane di innovare per sopravvivere in un mercato sempre più complesso e competitivo. Oggi voglio calare questo tema in uno dei settori più strategici e contemporaneamente più esposti alle trasformazioni globali: la filiera dell'auto.
Nel maggio 2026 è stato annunciato il via libera al DPCM Automotive, un provvedimento promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy che mette sul piatto ben 1,343 miliardi di euro per sostenere la transizione tecnologica ed energetica del comparto.
Ma quali sono i veri obiettivi di questo piano e, soprattutto, qual è lo stato di salute reale della nostra filiera? Analizziamo la situazione.
Le risorse in campo: un focus sulle PMI
L'aspetto più interessante del decreto è la sua destinazione d'uso: più del 70% dei fondi sarà indirizzato verso accordi per l'innovazione e contratti di sviluppo, con un'attenzione particolare rivolta alle PMI. Oltre agli interventi industriali diretti, sono previsti incentivi per il rinnovo del parco dei veicoli commerciali e per le tecnologie a basso impatto ambientale. Inoltre, il Governo ha annunciato un possibile reintegro di ulteriori 251 milioni di euro, che porterebbe la dotazione totale a sfiorare gli 1,6 miliardi.
Questi fondi arrivano in un momento critico: l'industria globale sta infatti affrontando una rivoluzione dettata dall'elettrificazione, dalla digitalizzazione dei veicoli e dalla spietata concorrenza internazionale, specialmente asiatica. La riconversione richiede investimenti massicci che rischiano di stravolgere sia i livelli occupazionali sia gli equilibri della supply chain.
La radiografia del settore: un quadro ancora fragile
Per capire se questi fondi saranno efficaci, dobbiamo guardare in faccia la realtà del nostro tessuto produttivo. I dati forniti dalla piattaforma Margò di CRIBIS ci restituiscono una fotografia fatta di luci e ombre:
L'occupazione tiene, il fatturato oscilla: La forza lavoro è in costante crescita, passando da 297.245 addetti nel 2023 ai 308.792 stimati nel 2025. Il fatturato ha invece mostrato un andamento altalenante: dai 169,3 miliardi del 2022 ha toccato un picco di 202,6 miliardi nel 2023, per poi flettere a 199,6 miliardi nel 2024.
Nanismo aziendale: Un dato strutturale su cui riflettere è la dimensione delle nostre aziende. Ben il 54,3% del comparto è composto da imprese individuali, seguite al 30,1% dalle società di capitali. Questa frammentazione è storicamente un freno per i grandi investimenti in R&S.
Geografia della filiera: Il cuore produttivo si concentra in Lombardia (15,4%), seguita da Lazio (10,8%), Campania (10%) e lo storico distretto del Piemonte (9%).
Il vero allarme: ritardo su digitale e mercati esteri
Il dato che più dovrebbe farci riflettere, e che giustifica l'urgenza del DPCM, riguarda gli indicatori qualitativi del settore. Quasi l'80% delle imprese (79,41%) registra una "digital attitude" bassa. Non solo: anche lo score legato all'innovazione conferma un forte ritardo strutturale, e l'internazionalizzazione risulta prevalentemente bassa (59,8%) o medio-bassa (34%).
In conclusione
Questi numeri ci confermano che l'intervento pubblico oggi non è solo utile, ma vitale per evitare un grave indebolimento del nostro tessuto industriale all'interno della filiera europea. Tuttavia, l'impatto reale del DPCM Automotive si misurerà unicamente sulla capacità di tradurre rapidamente queste risorse in investimenti effettivi.
Il denaro c'è, la sfida ora è culturale e operativa: le nostre aziende sapranno sfruttare questa occasione per colmare il gap digitale e tornare a competere su scala globale?
Voi cosa ne pensate? Lavorate o collaborate con la filiera automotive e notate queste stesse difficoltà sul fronte dell'innovazione? Parliamone nei commenti.
A presto,Paolo Nobili





Commenti